Il ministro Giulia Bongiorno: “Ci vogliono test psicologici per i magistrati”

di Pina Francone – Un test psicoattitudinale per i magistrati. È quanto serve, secondo Giulia Bongiorno, per rivolare come un calzino, migliorandola, la giustizia italiana. Il ministro della pubblica amministrazione lancia la sua idea nel corso di un’intervista rilasciata a Libero.

Una chiacchierata nella quale si è parlato del suo ruolo da senatrice nella Lega di Matteo Salvini, delle beghe della pubblica amministrazione (furbetti del cartellino in primis), che sta provando a risolvere con il suo dicastero e, infine, proprio il nodo delle toghe tricolori.

Ecco, è qui che l’esponente del Carroccio suggerisce di cambiare le regole d’accesso alla magistratura nostrana: “Ci vuole anche una verifica psicoattitudinale: non può diventare giudice solo chi è più bravo degli altri a imparare a memoria i codici e la giurisprudenza, sono indispensabili anche doti caratteriali di equilibrio e buon senso. Poi, una volta superato l’esame, serve una formazione accurata e completa e se, vinto il concorso, il tirocinio va male, dev’essere inibita ogni possibilità di accesso alla magistratura…”.

Dunque, un’idea ben precisa anche circa la riforma del Csm (Consiglio Superiore della Magistratura): “È da rivedere il sistema d’elezione, la situazione attuale crea patologie. Io non sono contro la libertà di pensiero, e non mi scandalizza che nel Csm ci siano correnti; ma bisogna evitare la politicizzazione dell’organo e gli scontri tra fazioni, magari pensando a un sorteggio tra una rosa di nomi indicati dalla politica e dalla categoria”.

Infine, ecco il pensiero della Bongiorno in merito alla proposta di Salvini di abolire il reato di abuso d’ufficio, nemico – sempre secondo il vicepremier – del buon funzionamento delle amministrazioni: “Il sistema è dominato dalla burocrazia e da un’ipertrofia di norme, spesso sindaci o funzionari restano inerti per non rischiare. Ma le dirò anche che, in 25 anni di avvocatura, ho difeso centinaia di persone con questa contestazione ma non ricordo un solo processo finito con condanna definitiva […] perché per contestare l’ipotesi di abuso d’ufficio ci si accontenta spesso di una condotta che violi le norme, ma poi, quando si apre il processo, si scopre che mancano sempre gli ulteriori requisiti previsti dalla legge: una volta manca il dolo, un’altra l’ingiusto arricchimento…”.

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