“Fabio Fazio? Non serve alla Rai e guadagna troppi soldi”. Clamoroso: il collega che lo affonda …

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Una carriera quarantennale in Rai, tra incarichi manageriali – è stato capostruttura e direttore di Rai2, Rai3, Rai Educational, Rai Storia e Rai Scuola – e l’ ideazione (e talvolta conduzione) di programmi entrati nella storia della televisione, da Quelli della notte a Blitz, da Mixer a Un posto al sole. Da sei anni Giovanni Minoli ha però lasciato la tv di Stato e ora, dopo una parentesi a Radio24 e La7, lo troviamo su National Geographic, ogni lunedì alle 20.40, in Green leader – Le aziende e il pianeta, dove intervista i dirigenti di importanti imprese italiane sugli investimenti in materia di eco-sostenibilità.

Un tema nuovo per lei.
«Sì, ho pensato che fosse interessante fare un’ esperienza completamente diversa, in un momento in cui la politica è molto caotica e ripetitiva, non sempre interessante. Intervisto i leader di dieci aziende di settori diversi, dalle gomme Pirelli alle moto Piaggio, dall’ abbigliamento Cucinelli all’ Enel, per farmi raccontare cosa stanno facendo per la salvaguardia del pianeta».

C’ è davvero una sensibilità verso l’ ambiente?
«Non c’ è solo sensibilità ma necessità, consapevolezza che le risorse si stanno esaurendo e vanno ricostituite. Tutte queste aziende si sono poste il problema di muoversi dentro un’ economia circolare che riporta all’ origine, che conciliano lo sviluppo con la sostenibilità: cominciano a capire che bisogna sostituire il PIL – il Prodotto Interno Lordo – con il “BIL”, il Benessere Interno Lordo».

Ci sarà una seconda stagione?
«Moltissime aziende ci scrivono per dire che anche loro hanno dei progetti specifici che riguardano la sostenibilità, ad esempio il presidente di Confindustria ha detto di essere interessato a sviluppare un ragionamento di questo genere. C’ è grande interesse, ma se ne faremo un secondo ciclo dipende dall’ editore».

Con National Geographic ha altri progetti?
«Cominciamo ad annusarci, ci potrebbero essere mille idee da sviluppare. Ma un passo per volta».

Invece con La7? Il suo Faccia a faccia, dopo due edizioni, non è più in palinsesto.
«Penso che riapriremo il discorso il prossimo anno, negli ultimi tempi non sono stato molto bene e ho preferito fare una stagione più leggera. Quel programma è un po’ faticoso, avevamo una mezza idea di cominciare a febbraio ma non me la sono sentita. Anche perché vorrei tornare alla radio».

A Radio24, dove negli ultimi anni ha condotto la trasmissione Mix 24?
«Alla radio. Non aggiungo altro».

Lei è stato in Rai ininterrottamente dal 1972 al 2013. Un bilancio di quei quarant’ anni?
«Sono stati anni spesso complicati ma fantastici. Abbiamo fatto programmi come Mixer, Report, Geo & Geo, La storia siamo noi. E molti personaggi li ho lanciati io, Giletti, la Berlinguer, la Gabanelli, la Merlino, la Bruchi. La Rai era il Paese, per chi ha la passione del racconto vuol dire avere un rapporto profondo, strutturale, con quello che avviene».

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Ha però parlato al passato… non è più lo specchio del Paese?
«L’ allargamento delle piattaforme ha frammentato il pubblico, è ora una torta alla quale si sono aggiunte molte ciliegine. Ma la tv generalista è pur sempre il 50% del mercato, ce ne vuole prima che muoia».

Come le sembra la tv di oggi?
«È un prodotto maturo, l’ innovazione è più di “packaging” che di contenuti: cambiano le luci, le scenografie, ma l’ ultima grande invenzione è stato il Grande Fratello, il primo e unico prodotto veramente multimediale, che va in televisione ma anche sulla pay tv e su internet. Tutto l’ investimento è in tecnologia, è come se ci fossero tante autostrade ma poche macchine e per di più vecchie. Ora bisogna investire nei contenuti».

C’ è qualcuno che lo fa?
«Sì, ad esempio Netflix o Amazon. La Rai lo fa nella fiction, che è l’ unico comparto industrializzato e che sta sul mercato internazionale con prodotti come Montalbano o co-produzioni come I Medici».

Ha sempre detto che la televisione deve avere una funzione pedagogica. Ce l’ ha?
«Purtroppo molto poco. Soprattutto la Rai, che ha il canone, dovrebbe averla come voce primaria: deve formare cittadini prima che consumatori, per quelli c’ è la tv commerciale».

Tra i suoi programmi, qual è quello a cui è più legato?
«Tutti. Certo Mixer e La storia siamo noi sono i pilastri. Alcuni sono durati di più e sono stati più importanti ma io vivo di passioni e ho la passione per tutti quelli che ho inventato. E poi ci sono quelli che devo ancora fare, che forse amo ancora di più».

Una delle sue scoperte, come ha detto, è Massimo Giletti. Che ne pensa del fatto che ora è a La7?
«Ha avuto il coraggio di fare una scelta difficile per riaffermare la sua professionalità e a La7 sta vincendo. Per la Rai è stata una grossa perdita sul popolare. Ma la ruota gira».

E invece di Fabio Fazio, che potrebbe tornare a Rai3 dopo due stagioni sulla rete ammiraglia?
«È stato sbagliato spostarlo, stava bene dove stava. Lo trovo acqua fresca, che ci sia o non ci sia non mi pare che cambi il mondo. Non vedo una “questione Fazio”, piuttosto una “questione contratto di Fazio”: mi pare eccessivo. Ma sta sul mercato, lui fa il prezzo che crede e poi bisogna vedere se viene accettato».

Come le sembra il governo in carica?
«Per fortuna che c’ è il governo giallo-verde, così nessuno potrà dire “io non c’ ero”. Grillo e Casaleggio hanno avuto il grande merito di canalizzare la protesta popolare e portarla al governo, ma una volta finita la ricreazione – e credo che sia finita – si va in classe. E lì ci sono i professori che interrogano, bisogna studiare ed essere preparati. Mi pare che i Cinquestelle siano molto difficili da definire: non possono continuare a dire di non essere né di desta né di sinistra, di qualcosa devi essere. Va bene l’ onestà ma quella deve essere una precondizione della politica, non fa strade o ponti. Sono a un bivio: o restano testimoni puri e non accettano compromessi, oppure fanno politica e fanno accordi, perché quando non hai la maggioranza assoluta devi fare accordi».

di Donatella Aragozzinihttp://www.liberoquotidiano.it

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